La consuetudine a produrre “opere”, il recupero di una certa manualità successiva ma non secondaria rispetto alla fase progettuale, l’uso “caldo” di pittura e colore accanto ad una più “fredda” elaborazione connessa a tecnologia, massmedia e cybernetica, lo sconfinamento in altri ambiti come quello cinematografico, l’uso  di materiali visivi “popular” come il fumetto ed i vari “tribalismi” metropolitani, l’incontro con il linguaggio di pubblicità e videoclip, il ricorso perciò all’immagine sono -già caratteristica del passaggio dagli anni ’70 agli ’80 e ben oltre il “nomadismo” di storica memoria- prassi riemersa in gran parte della produzione contemporanea.  Accertato il movimento antidarwiniano dell’arte e della cultura più in generale ed ormai divenuta attitudine comune la “contaminazione” in ogni campo creativo, la situazione produttiva del nostro presente è perciò approdata all’etica e alla prassi  del “meticciaggio”:  complessità cannibale che si fonda su una totale disponibilità verso l’allargamento di ogni confine fino al suo annientamento per una nuova mappa regolata da insiemi di relazioni. “Altre”.

FRANCESCO MELONE fa perfettamente parte di tale compagine, in buona compagnia con quanti vi sono entrati con un atto di lucida ambiguità: nel suo caso per il fatto di aver scelto di iniziare la propria indagine attraverso una tecnica tradizionale come la pittura e da una mappatura consueta, fatta cioè di insiemi di relazioni per nulla “altre” bensì convenzionali come quelle familiari.  La FAMIGLIA MELONE è in sostanza la base di ogni suo lavoro, sia  che  si  tratti  delle  grandi  tavole,  delle sagome-installazioni o delle sue sculture imbottite come pupazzi animali che alludono anch’essi al concetto di nucleo familiare.
A ben guardare, per logica filiazione da Azionismo, Body art, Comportamentale, performance, che spostarono radicalmente il campo operativo dell’arte verso il “personale” (più personale del proprio corpo con tutti gli annessi e i connessi cosa c’è?), il privato, dunque verso un mondo autoreferenziale -seppur collettivamente condiviso-  ego/centrico, la tematica legata alla famiglia, che sia happy family oppure scoperta dei suoi aspetti peggiori, luogo di disagio, disgregazione, pulp-family per eccellenza, è nuovamente massicciamente affrontata da molti artisti emergenti.  MELONE la porta avanti da circa 10 anni, in “tempi non sospetti” ovvero precedentemente rispetto all’ultimo sovvertimento ideologico e dei valori che ha reso ogni confine ancor più labile, il bene ed il male irrimediabilmente intercambiabili, il buono e il cattivo a maggior ragione una questione di punti di vista, il riciclaggio una prassi naturale. Niente di nuovo sotto il sole, solo un’ennesima precipitazione. Destabilizzante. E dunque riferirsi al microcosmo per alludere al più globale macro torna una consuetudine in ogni campo del pensiero, ovvio ma non scontato motto “dal particolare all’universale”. Per MELONE si parte da qui, usando argomenti tanto intimi e  privati per parlare  anche d’altro,  riconducendo tutto ogni volta ad un punto di riferimento trasformato in icona costringendo il pubblico fruitore al ruolo di voyer.
Questo ruolo,  del resto,  è  nella pratica  comune  della  nostra società dello spettacolo tanto è accellerata la globalizzazione mediale; da giocatori attivi di teatrini al “maschile” quelli della guerra tra indiani e cowboys di plastica, e al “femminile” da casa di Barbie con i suoi infiniti vestitini, la piscina e l’ipervitaminico Ken in odor d’anabolizzanti siamo passati ai passivi teatrini televisivi più veri del vero, dalle morti in diretta alle identificazioni improbabili con Principesse e personaggi Beautifull, fino alle risse salottiere ove risolvere tutti i problemi di tutti. Compresi quelli familiari. Non guardare dal buco della serratura che Melone ci spalanca è a maggior ragione impossibile e sterile perchè egli ci restituisce quadretti in cui molti si riconoscono o che comunque sono nella memoria collettiva e comune di tutti. La famiglia è il primo nucleo a cui un singolo umano si interfaccia. Nel bene e nel male. Ma è anche il primo vettore verso relazioni ulteriori possibili e attive: basta uscire di casa ed incontrare l’ “altro da sè”; anzi no: basta collegarsi in rete. MELONEFAMILY@FLASHNET.IT  per comunicare. Ma se non bastasse, ecco “Noi siamo qui”, lavoro autoportante in forma di panchina con i tre componenti Melone seduti, da dimenticare in una Villa o da installare in Galleria, a testimoniare il suo  desiderio di esistere, di avere visibilità forte, di restare uniti per continuare ad esistere e ad essere visibili, insieme: è ciò che gridano le minoranze, è ciò che cercano gli abitanti del destabilizzato circuito dell’arte ed è ciò che cerchiamo tutti. Il bisogno di aver voce in capitolo, di essere protagonisti della propria vita superando ingombranti eredità, appartenenze non condivisibili,  identità coatte è ancor meglio riaffermato in “Questa è la mia famiglia”  che Melone ha talmente reso protagonista dell’arte fino a coinvolgerla fattivamente, in una sorta di lavoro a più mani, nella realizzazione degli Imbottiti, sculture “povere” e giocose in forma animale  che egli stesso cuce e riempie con l’aiuto della moglie e della figlia. Si consuma così un rito, il rito della partecipazione collettiva che rimanda alla civilissima e gioiosa pratica del patckwork in uso nelle famiglie nordiche ripresa, trasformandone il senso in celebrazione del dolore e del ricordo, dalla comunità -inizialmente solo americana e gay- in lotta contro l’Aids e l’indifferenza del resto della società. Ecco, ancora, l’ambiguità che, visiva e di senso, accompagna tutto il lavoro di quest’artista che comunque ha la sua massima caratterizzazione in costruzioni formali assolutamente ironiche, piacevoli, rilucenti, dove è tutto talmente idilliaco da far temere continuamente che gli eventi un giorno potranno romperla, questa romantica favola moderna, contemporaneamente appannandone i colori ed il lucido sulla tela. Perchè la “nuova immagine” è coloratissima e lucente, resa attraverso il processo tecnico consueto della pittura -nello specifico utilizzando una materia più industriale che tradizionale come l’acrilico, ma su tela, ancora un supporto storico-  ma dalla trama  compositiva  metapittorica;  i  contorni  delle figure sono netti come nelle tessere musive ma già vicini alle strutturazioni dei cartoons; anche gli effetti chiaroscurali risultano definiti e, risalendo nella memoria, rimandano alle vetrate gotiche riattualizzate dal processo visivo della grafica pubblicitaria;  la  prospettiva  è  credibile  ma,  ben lungi  dal certificare il mondo fenomenico ne è piuttosto messa in scena; la dimensione spaziotemporale appare sospesa tanto da rendere la rappresentazione portatrice di un quid d’imperfezione,  un’eccesso “plastificato” che traduce  un linguaggio dinamico e lirico in una narrazione corrente vagamente inquietante. Ma come spesso accade anche nel cinema horror, spaventarci e provare inquietudine “piace”, piace anche ai bambini che leggono fiabe orribili e ne hanno paura ma non possono farne a meno perchè a loro modo intuiscono in esse una parte nascosta e segreta di loro stessi e ne riconoscono un aspetto del loro mondo. Che comunque sia, gli è familiare e gli appartiene. E così l’immagine di Melone dà “piacere” agli occhi, al tatto: seduce, come tutto un filone di new image.
Mamma, papà, bambina -che via via cresce anche nelle opere- sono attori piacevoli e statici di grandi fermo-immagine di narrazioni “belle”, che mettono in scena case neopop coloratissime, dai contrasti retinici acidi e dalla definizione spaziale mediale; gruppo di famiglia in un interno ludico e lucido come se lo avesse nettato L’Olandesina, sgrassato Mastro Lindo ed Omino Bianco, ammorbidito Coccolino, per renderlo simile al Mulino Bianco. Una famiglia così è troppo perfetta ed algida per essere vera: non è realistica nè iperrealistica ma cagionevole: è rappresentazione di una realtà di relazioni sane e vitali che  porta in sè o può esser preda del germe dello squilibrio . E l’orrore è dietro la porta, fuori: è la strega dei film animati di Walt Disney, è l’incubo, è Bambi, è il giudizio della gente, è Pinocchio che compare come un intruso in salotto; personaggi dei più comuni comix per famiglie da generazioni, stereotipati anch’essi, anch’essi di plastica come il quadretto familiare restituito e che attraverso uno slittamento di senso il gesto d’artista svela essere un virus, virus sociale, che intacca l’incorruttibilità. Ricordate (ricorderete meglio se non avete meno di 26/27 anni) la televisiva Famiglia Benvenuti? La fiction ad episodi che raccontava gioie e dolori quotidiani dei componenti di una famiglia normale, con il loro divano gonfio, il tappeto nuovo, il salotto spolverato, la tavola diligentemente apparecchiata in modo mediamente ricco, il latte e biscotti la mattina, le tendine alle finestre, segno di un’epoca dall’economia certa, consumistica, ove tutto, soprattutto in famiglia, e nella Benvenuti a maggior ragione, è al suo posto anche dopo grandi problemi, tutto pace certa dopo la tempesta, tutto valori sani e rapporti incorruttibili? Rappresentazione, certo, eppure così verosimile tanto da poter rappresentare “la” famiglia italiana, nella quale, infatti, a migliaia ci si riconobbero.  Ricordate che quadretto idilliaco?  Tutto perfetto. Troppo perfetto: ricordate il  bel  bimbetto  della famiglia, tenero e  impertinente,  vitaminico  e  già  anni ’80,  simile  a  tutti  ma proprio tutti i bambini delle pubblicità, così tranquillizzante, anche lui così perfetto?  Crescendo, al di qua dello schermo è diventato un uomo implacabilmente reale come i nostri anni di piombo, e quell’idillio si è definitivamente svelato come imperfetto.

Barbara Martusciello