Se la funzione dell’arte non è quella di raccontare, rappresentando pedissequamente aspetti della realtà -come ha titolo per farlo il fumetto, il cinema, la narrativa, per esempio- ma è, piuttosto, quella di adoperare il proprio linguaggio per lavorare a-narrativamente su concetti importanti permettendo, questo sì, di considerare la realtà da nuove prospettive, ogni artista in qualche modo riflette su un grande nucleo concettuale portante che approfondisce negli anni, con le dovute possibili variazioni sul tema, attraverso il suo lavoro.

Francesco Melone, per esempio, concentra da sempre la sua ricerca sui rapporti familiari,  sui legami affettivi, sulla memoria che tanta parte ha e incide su questi, e al mondo dell’infanzia strettamente connesso con quegli argomenti.

Prima di analizzare il senso del lavoro di Melone, precisiamo che il come esso è palesato appare a una prima impressione eclettico, sia nella forma che nell’uso dei materiali, ma è invece coerente con tutta la sua ricerca.
La volontà di adottare la figurazione lo ha accompagnato sin dai suoi esordi ma, lontana da tentazioni fotorealistiche, ha inizialmente scelto di citare il segno di una certa produzione fumettistica anni Settanta, poi di giocare sull’equivoco del registro pop e di richiamare, anche, una certa grafica mediale anni Ottanta. In ogni caso, filtrando tutto attraverso la lente dell’ironia.
Le opere bidimensionali hanno essenzialmente sempre flirtato con la tridimensionalità: accogliendo pezzi o tubolari di plastica e gomma, scarti di lavorazione industriale, adoperati in sostituzione del disegno nei primissimi quadri, oppure imbottendo alcuni particolari della composizione e/o ritagliandola e ambientandola come fosse parte di una quinta teatrale o una sagoma pubblicitaria -nei lavori successivi- quasi essenzialmente a grandezza naturale. Sin qui, il disegno che struttura le immagini ha prediletto una marcata rilevanza: bordo nero visibile a sottolineare il contorno, a contenere ogni porzione della figurazione, come in un intarsio vitreo o, meglio ancora, in un’illustrazione o in un fumetto. Proprio quest’ultimo è nuovamente richiamato, ma in una versione stilizzata al massimo, in alcune sculture e trofei essenzializzati e morbidi perché realizzati in stoffa e plastica imbottita.

La fase successiva della sua produzione lascia da parte ogni traccia ludica nella tecnica e nello stile, eliminando ogni ricordo dei comix, pseudo-pop e mediale, per esibire una pittura-pittura più raffinata e una formalizzazione quasi realistica… Appunto: quasi. A ben guardare, infatti, la figurazione non è fotografica, mimeticamente riconducibile alla realtà, ma a una certa rappresentazione che della realtà è data dalle immagini che, in vario modo e su vari media, appartengono a una cultura visiva anni Sessanta. La scelta di questa particolare estetica e del preciso arco temporale appartengono, non a caso, all’infanzia dell’artista.
Passiamo a questo punto ad approfondire le motivazioni teoriche -il senso- che sostanziano la formalizzazione delle sue opere.
Come infatti abbiamo premesso, la ricerca di Melone si concentra sempre sulle tematiche inerenti la “famiglia“, i “legami affettivi”, la “memoria” e “il mondo dell’infanzia”, tutti argomenti connessi tra loro e affrontati nei loro diversi risvolti. Ecco quindi i primi autoritratti dell’artista, che spesso gioca sul suo cognome, ironizzando sull’associazione con il frutto di stagione; l’amore e la passione subentrano, poco dopo, con i ritratti della sua compagna e poi con le prime rappresentazioni della coppia: ritratti e autoritratti insieme, sino alla promessa di futura famiglia in aumento, con il ritratto della moglie incinta, tra pacchi e pacchetti colorati. Attraverso un’esplicitazione autoreferenziale e l’ironia Melone passa quindi ad analizzare la famiglia in tutti i suoi aspetti: intimi e personali così come collettivi, quindi psicologici, sociali, ideologici… La famiglia è quindi vista da una prospettiva positiva, considerata come realtà tranquillizzante, sana. Così, infatti, appare in alcune opere pittoriche e installative che ne tratteggiano la quotidianità, come nelle sagome dipinte della famiglia Melone sorridente, da fotografia, seduta su una panchina: in questa e nelle altre versioni ottimistiche è però sottintesa la possibilità che la realtà delle cose sia solo idealizzata, disneyanamente presentata… Il nucleo parentale si presenta poi, con la “Famiglia in mutande”, nella sua essenzialità, spogliato del superfluo: forse troppo, sembra suggerire l’autore, specialmente in tempo di crisi economica, dei valori, sociale etc.; è considerato nelle sue derive problematiche, tra aggressività e paure, nella “Famiglia a(r)mata” che tradisce anche la fragilità dell’istituzione-Famiglia; è considerato negli affetti, tanto profondi da rappresentare legami strettissimi, forse troppo in “Legami familiari” o legittimi e indissolubili nel bel trittico “La mia bambina”.
Ogni essere vivente, naturalmente, ha la sua famiglia o il suo branco quindi Melone gioca anche in altri campi, quelli delle specie animali, volutamente recuperando l’effetto ludico, da cartoon: dai quadri che raffigurano quei terribili soprammobili di cattivo gusto che rappresentano idealizzazioni di certa fauna più o meno epica, alla fumettizzazione di animali, tridimensionali, imbottiti, da allestire in diverse pose e ambientazioni (come nel caso, tra i tanti, della famigliola di maiali rosa collocati in un parco-giochi a Spinaceto)  fino ai trofei, ambiguamente presentati tra morgue e ironia

In ognuna di queste sue zoomate su tali argomenti-tipo, Melone riassume nella propria esperienza concetti,problematiche, riflessioni che sono di fatto condivisi, collettivi; volendo spiegare questa scelta attraverso un motto scegliamo il calzante: “dal particolare all’universale”. Egli parte quindi dal proprio nucleo familiare, positivamente rivolto verso il futuro, considerando perciò centrale la presenza e l’identità dei bambini -simbolicamente incarnato in sua figlia, di cui ci esibisce le diverse tappe della crescita- e il loro intero mondo. In questo, la fantasia si mescola indifferentemente alla realtà e i ricordi hanno un peso determinante anche e soprattutto nelle fasi successive delle loro vite: quelle da adulti.

L’infanzia, dimensione preziosa e spesso rimpianta dall’adulto che a tratti rivela di conservarne importanti o imbarazzanti brandelli, trattata da poeti e letterati1#, è l’eterno presente del bambino#2 che non concepisce altro mondo se non quello da lui vissuto in quel qui e ora fatto di prime esperienze della realtà. Ne è mezzo privilegiato il gioco, particolare rappresentazione metaforica del vivere che lui prende molto ma molto sul serio… Lo sa bene il genitore, come dovrebbero anche insegnanti e altre figure che si occupano della didattica infantile, gli ideatori dei giocattoli, chi scrive e raffigura favole, idea programmi televisivi, fa film o inscena teatrini dedicati…  Questa responsabilità l’hanno sentita anche quanti hanno lavorato, negli anni, alla realizzazione di una specifica editoria di enciclopedie per i piú piccoli. Mi riferisco, in particolare, a quelle collane prodotte negli anni Sessanta le più note delle quali sono rappresentate dai famosi “Quindici”. Anche chi non li ha posseduti nel corredo della propria infanzia, perché nato quando queste pubblicazioni erano già desuete, le avrà avute in mano, magari come eredità di genitori o zii, oppure in visione grazie a qualche mercatino di modernariato… Io, per esempio, avevo “Colorama” e i “Quindici” li ho sfogliati da ragazzina nella libreria di alcuni cugini di mia madre…: ricordo che mi affascinavano le immagini riprodotte, esteticamente piuttosto belle e potenti per la loro carica esemplificativa. Questo aspetto ha interessato anche Melone che, nelle sue opere più recenti (2005/2006), si riferisce proprio a quelle riproduzioni fotografiche di supporto visivo ai testi di quell’enciclopedia.
Egli ha selezionato alcune di queste immagini stereotipate ed eloquenti da lui rese, però,  in versione pittorica restituendo soggetti esemplificativi di argomenti-tipo: “Il gusto”,  “Il tatto”, “Il dolore”, “Il gioco”, “Il corpo umano“, “Il riconoscimento di se stesso”, “come apparecchiare la tavola”…
Questa comunicazione figurativa standardizzata normalmente pubblicata in quei decenni passati, è da lui ripercorsa non con intenti mimetici o narrativi ma concettualisticamente intesa all’analisi del particolare linguaggio con cui è palesata. Una delle caratteristiche di questa informazione/formazione-per-immagini era la resa di un’atmosfera edulcorata, idilliaca e quasi fiabesca costruita ad hoc per i bambini per far presa su di loro. Melone la ripercorre marcandola attraverso un segno perfettamente in linea con quello del modello di partenza e sottolineandola con un uso brillante del colore. La sua riflessione non può non rivolgersi anche ai pericoli di un condizionamento mirato, ideologico, che tale potente mezzo poteva esercitare sui bambini -attenzione, suggerisce indirettamente l’artista: oggi lo sarebbe la televisione- per i quali il gioco è un’alternativa della realtà e le altre rappresentazioni tranquillizzanti -fiabe, cartoni animati, film, programmi Tv- si sovrappongono ad essa… Più pertinente con il suo lavoro è però l’attenzione che egli rivolge ad alcuni meccanismi mentali che hanno permesso e permettono ancora oggi alla memoria dell’adulto che le ha consultate e le sfoglia di attivarsi tramite quelle particolari illustrazioni, che in effetti erano mirate anche a loro: era un adulto il genitore che doveva comprare ai propri figli quell’enciclopedia, è diventato grande quel ragazzino/quella ragazzina che vi si è formata… Non è un caso che, nonostante l’estetica delle figurazioni sia stucchevole -soprattutto per i canoni attuali- e i testi siano ormai fuori tempo, quelle opere del sapere affascinino ancora oggi moltissimi di noi, me compresa. Questo perché quel linguaggio ha rispettato i suoi intenti previsti e perché ha innescato, appunto, un processo d’immedesimazione nell’adulto-fruitore (di ieri e di oggi), rievocando i suoi ricordi infantili.
Come un particolare profumo riesce a riportare indietro nel tempo, facendo riemergere porzioni precise o vaghe ma ugualmente penetranti del proprio passato -il pane sfornato richiama quello che faceva in casa la nonna, l’essenza di violetta fa pensare a quello che usava la zia, l’odore di disinfettante quella degenza in ospedale, la legna bruciata la villa delle vacanze estive da bambini- così, in qualche modo, quelle immagini fanno riaffiorare qualcosa della propria infanzia: a volte inconsapevolmente, non precisamente, eppure in maniera forte, struggente, emozionante, anche quando si dovesse trattare di memorie tristi, o negative…
Con il suo lavoro Melone ripercorre tali meccanismi indicandone l’ambigua duplicità, contraddittoria, che dà vita, sì, a scenari attraenti, positivi e consolatori, che sono stati vissuti o idealizzati dai bambini di ieri e tornano nostalgicamente a galla nell’adulto di oggi, ma anche a rivelare l’illusorietà di quell’anestetizzata (dalla realtá-reale) visione/concezione/memoria, provocando un più drastico svelamento della dimensione di generale difficoltà e durezza della condizione umana: quella vera e non poeticamente fantasticata, appunto. Producendo, in molti casi, sembra suggerire Melone, uno strano senso di perdita (dell’innocenza?)…
Succede poi che un didascalico “sonno” a corredo di un capitolo dedicato a tale argomento, così come un livido che descrive il naturale meccanismo del corpo umano, o un gioco innocente, un piccolo incidente e quant’altro strumentalmente necessario per descrivere tematiche normali, se decontestualizzati, isolati e pittoricamente resi, potrebbero rimandare a molti altri significati per nulla normali, appunto, ma che fanno i conti con una cronaca e contesti attuali spesso terribili che necessitano di continua attenzione e volontà propositiva da parte della società civile. Non a caso, la mostra è inserita all’interno di un più ampio progetto rivolto all’infanzia e alle sue problematiche a livello nazionale e non solo.

Questa complessità è espressa da Francesco Melone attraverso una piccola installazione appositamente realizzata e dalla serie di nuove opere pittoriche qui proposte, che aprono ulteriori riflessioni in merito all’importanza e al potere assunto nell’attuale società dell’homo videns3# dall’immagine; la sua forza persuasiva e la sua efficacia didattica era già talmente chiara in passato da essere evidenziata in una frase-fatta, assolutamente illuminante, usata come sorta di sottotitolo dell’intera collana enciclopedica: “Guardando si impara”… Con tutte le implicazioni che questo comporta, da considerare in un dibattito tutt’oggi ancora in corso.

Barbara Martusciello